
Quando si parla di inclusione, il pensiero corre spesso a leggi, regolamenti, quote o politiche aziendali. Ma c’è un aspetto molto più quotidiano, potente e trasformativo, con cui siamo a contatto ogni giorno: il linguaggio. Le parole che scegliamo possono includere o escludere, costruire ponti o creare muri. Ed è proprio su questo che ci invita a riflettere Elena Codeluppi, esperta di linguaggio inclusivo e comunicazione accessibile, in un’intervista intensa e ricca di spunti realizzata per il podcast Professionisti da Ascoltare.
Attraverso il racconto delle sue esperienze e l’approfondimento dei suoi studi, e il suo libro Parole che contano (FrancoAngeli Editore), Elena ci accompagna in un viaggio dentro i meccanismi del linguaggio: un viaggio che svela quanto sia profondo l’impatto delle parole sulle relazioni, sull’identità, e persino sulle opportunità professionali. Dai bias inconsapevoli al potere trasformativo della comunicazione, l’intervista è molto più di una riflessione: è una vera e propria chiamata all’azione per ogni professionista che vuole comunicare con consapevolezza, responsabilità e rispetto.
Che tu sia un imprenditore, un docente, un manager o un comunicatore, questo articolo ti aiuterà a comprendere perché il linguaggio inclusivo non è una moda, ma una competenza strategica. E perché, come ci insegna Elena Codeluppi, includere attraverso le parole significa aprire possibilità — per tutti.
Francesca Padovese: Partiamo da te. Il tuo libro Parole che contano è diventato un riferimento per chi si occupa di comunicazione inclusiva. Ma chi sei tu, oltre il libro?
Elena Codeluppi: Sono una formatrice, consulente e divulgatrice, ma prima di tutto sono una persona profondamente convinta che le parole abbiano un potere trasformativo. Il mio percorso nasce all’incrocio tra linguistica, comunicazione e responsabilità sociale, tre ambiti che ho sempre sentito intrecciati nel mio modo di vedere il mondo. Dopo una formazione umanistica, ho lavorato per molti anni in contesti aziendali strutturati, dove mi occupavo di comunicazione interna ed esterna. In quel periodo mi sono resa conto di quanto il linguaggio utilizzato nei luoghi di lavoro potesse, spesso inconsapevolmente, escludere, stigmatizzare o limitare.
Questa consapevolezza è stata il motore di un cambiamento. Ho iniziato a studiare in modo approfondito i meccanismi linguistici che creano distanza tra le persone e a formarmi su tutto ciò che riguarda il linguaggio inclusivo, la comunicazione accessibile, la diversità e l’equità. Oggi metto a disposizione queste competenze attraverso workshop, speech e percorsi formativi, affiancando aziende, enti pubblici e professionisti nel percorso verso una comunicazione più attenta, rispettosa e accogliente.
Il mio lavoro non si limita a suggerire “parole corrette” da usare, ma punta a far emergere una nuova consapevolezza linguistica: aiuto le persone a riconoscere i propri bias, a interrogarsi sul significato profondo delle parole che scelgono e a trasformare il linguaggio in uno strumento di equità e connessione. Credo che la comunicazione sia il primo luogo dove l’inclusione prende forma — e che ogni professionista, indipendentemente dal ruolo, possa fare la differenza partendo da lì.

Ghostwriter, Copywriter
Francesca Padovese: Una delle frasi che mi ha colpita di più, anche perché sembra semplice ma è profondissima, è questa: “Ogni parola che scegliamo ha un impatto.” Ci spieghi meglio che cosa intendi?
Elena Codeluppi: Il linguaggio non è mai neutro. Anche quando crediamo di “limitarsi a parlare”, in realtà stiamo esercitando un potere: quello di dare forma alla realtà, di influenzare il pensiero, di creare vicinanza oppure distanza. Ogni parola porta con sé una storia, una cultura, un sistema di valori. Quando scegliamo una parola invece di un’altra, stiamo già facendo una selezione che può includere o escludere, valorizzare o sminuire.
Parlare in modo inclusivo non è solo un esercizio linguistico: è una scelta strategica, culturale ed etica. È un modo per dire: “Io ti vedo, ti riconosco, ti rispetto.” Significa usare le parole per costruire ponti, non per rinforzare muri invisibili. E questo vale in qualunque contesto: nella comunicazione aziendale, nei social, in un’aula di formazione, in una riunione tra colleghi.
Francesca Padovese: Quindi stiamo parlando di qualcosa che ha a che fare anche con l’identità professionale…
Elena Codeluppi: Esatto. Il linguaggio è anche posizionamento, nel senso più profondo del termine. Comunicare in modo consapevole significa prendere posizione su quali valori vogliamo incarnare: inclusione, rispetto, apertura, autenticità. Non possiamo dirci attenti alle persone se poi, nella pratica, usiamo espressioni che le marginalizzano o le rendono invisibili. E non è solo una questione di “politically correct”: è una questione di coerenza tra ciò che diciamo di essere e ciò che trasmettiamo attraverso le nostre parole.
In più, il linguaggio inclusivo ci obbliga a fare una cosa potentissima: pensare prima di parlare. Fermarci, chiederci se quello che stiamo per dire rispecchia davvero ciò che vogliamo comunicare. È un esercizio di consapevolezza che ha ricadute enormi sulla qualità delle relazioni, dentro e fuori dal lavoro.
Francesca Padovese: Elena, cosa significa davvero comunicazione accessibile?
Elena Codeluppi: Significa andare oltre l’idea che basti un font leggibile o un testo semplificato. Comunicazione accessibile vuol dire progettare contenuti che siano davvero comprensibili, fruibili e utili per tutte le persone, indipendentemente da età, background culturale, livello di istruzione o eventuali disabilità.
Non è solo una questione di forma, ma di intenzione e responsabilità. In concreto, vuol dire scegliere parole chiare, evitare tecnicismi quando non sono necessari, curare la grafica, ma soprattutto mettersi nei panni di chi riceve il messaggio.
In azienda, questo approccio deve essere applicato ovunque: email interne, slide, policy, comunicati stampa, post sui social. Se un’organizzazione si dichiara inclusiva, deve esserlo in ogni dettaglio della comunicazione, non solo negli slogan.
E questo non si fa alla fine del processo, come un’aggiunta: si fa all’inizio, nella fase di progettazione. La comunicazione accessibile è un modo di pensare, non una correzione stilistica.
Francesca Padovese: Parliamo di linguaggio inclusivo. Molti lo riducono al tema del maschile sovraesteso. È davvero solo questo?
Elena Codeluppi: Assolutamente no, e questa è una delle prime semplificazioni che cerco di smontare nei miei percorsi formativi. Il maschile sovraesteso è solo la punta dell’iceberg. Il linguaggio inclusivo non è una lista di parole “giuste” da usare, ma un cambio di paradigma. È un processo di consapevolezza che coinvolge molti livelli della comunicazione.
Parliamo di genere, certo: evitare stereotipi, usare soluzioni linguistiche inclusive o neutre dove possibile, dare visibilità a tutte le identità, anche nelle forme grammaticali.
Ma parliamo anche di diversità culturale: significa non dare per scontati riferimenti, idiomi o esempi che appartengono solo a un gruppo.
Include la disabilità, quindi evitare espressioni abiliste che riducono la persona alla sua condizione o la usano in modo denigratorio o metaforico (“sei cieco?”, “sei matto?”, “quella cosa è da sfigati”).
E comprende anche la dimensione generazionale: il modo in cui comunichi con un ventenne non può essere lo stesso che useresti con un sessantenne.
Il cuore del linguaggio inclusivo è l’intenzionalità. Non si tratta solo di sostituire un termine con un altro, ma di allenarsi a chiedersi: “Chi sto escludendo con questa frase? Chi non si riconosce in questa narrazione?” È un invito a parlare non solo per farsi capire, ma per far sentire accolti.
Francesca Padovese: Un altro punto fondamentale del tuo lavoro riguarda i bias. Puoi farci qualche esempio concreto?
Elena Codeluppi: I bias sono automatismi mentali, scorciatoie cognitive che influenzano il nostro modo di comunicare anche quando pensiamo di essere neutri o imparziali. Sono appresi nel tempo, spesso senza accorgercene, e si manifestano in molte delle parole e metafore che usiamo ogni giorno. Riconoscerli è essenziale per costruire una comunicazione davvero accessibile e inclusiva. Ti faccio alcuni esempi.
Il primo riguarda le metafore sportive o militari, molto diffuse nella comunicazione aziendale: espressioni come “attaccare il mercato”, “vincere la sfida”, “giocare in attacco” o “strategia di conquista” sono comuni, ma non parlano a tutti. Possono risultare aggressive o poco comprensibili per chi non ha familiarità con quei contesti, e veicolano un’idea di competizione che non sempre è adatta.
Un secondo esempio riguarda l’attribuzione automatica e sessuata di ruoli, come “la segretaria” o “il capo”. Anche quando usati senza malizia, questi termini rinforzano stereotipi di genere legati al potere, alla cura, alla leadership. È un riflesso del linguaggio che abbiamo ereditato, ma che possiamo scegliere di rinnovare.
E infine, ci sono quelli che chiamo “finti complimenti”: frasi come “sei molto decisa per essere una donna” o “sei molto creativo per essere un ingegnere”. Sembrano apprezzamenti, ma in realtà portano con sé un giudizio implicito e una visione stereotipata dei ruoli di genere o professionali.
Prendere coscienza di questi bias è il primo passo per disinnescarli. La consapevolezza linguistica non serve a censurare, ma ad aprire spazi di dialogo più autentici, rispettosi e relazionali. Ogni parola conta, e ogni parola può essere un ponte — oppure un ostacolo. Sta a noi scegliere come usarla.
Francesca Padovese: Molti pensano che questi temi riguardino solo chi lavora nella comunicazione o nelle risorse umane. Ma tu affermi che riguardano ogni professionista. Perché?
Elena Codeluppi: Ci sono davvero molte motivazioni. La principale è perché ogni professionista, che lo voglia o meno, è anche un comunicatore. Non serve essere copywriter, HR o responsabili marketing per influenzare gli altri con le parole. Se sei un medico, un avvocato, un coach, un imprenditore o un insegnante, il modo in cui ti esprimi — nelle email, durante un colloquio, in una presentazione o in una consulenza — incide direttamente su come vieni percepito, ascoltato e scelto.
Il linguaggio che usi racconta chi sei. Non solo per quello che dici, ma per come lo dici. Scegliere parole inclusive, chiare e rispettose ti rende:
In un mondo in cui autenticità, empatia e responsabilità sociale sono sempre più valorizzate, saper comunicare in modo accessibile e inclusivo non è solo un valore etico: è un vero vantaggio competitivo. È ciò che ti distingue, che crea fiducia e che costruisce relazioni durature. E in fondo, nessuno si fida davvero di chi parla solo a se stesso.
Francesca Padovese: Prima di salutarci, ti chiedo tre consigli pratici per chi desidera iniziare ad applicare il linguaggio inclusivo nella propria comunicazione professionale.
Elena Codeluppi: Volentieri, perché il cambiamento parte davvero dalle piccole scelte quotidiane. Ecco tre azioni semplici ma potenti:
Francesca Padovese: Sono tre suggerimenti concreti, alla portata di tutti. E anche profondamente trasformativi.
Elena Codeluppi: Sì, perché il linguaggio è azione. Ogni parola che scegliamo può diventare un seme di cambiamento. Sta a noi decidere che cosa vogliamo far fiorire.
Francesca Padovese: Elena, durante la nostra intervista al WMF – We Make Future 2025 hai parlato con grande passione del tuo libro Parole che contano. A chi è rivolto e che cosa offre concretamente?
Elena Codeluppi: È un libro pensato per chiunque voglia rendere la propria comunicazione più consapevole, rispettosa e accessibile. Non solo comunicatori o professionisti della D&I, ma anche manager, insegnanti, coach, formatori, HR, liberi professionisti. Parole che contano non è un saggio teorico: è una guida pratica. Dentro ci sono esempi reali, esercizi, casi studio, domande di consapevolezza. Il mio obiettivo era uno: aiutare le persone a trasformare il linguaggio in uno strumento di inclusione concreta.
Francesca Padovese: Quindi è un libro da “usare”, non solo da leggere?
Elena Codeluppi: Esattamente. È un percorso. Ti accompagna a osservare come parli, come scrivi, come comunichi nel lavoro di tutti i giorni: email, colloqui, presentazioni, post. Le parole che scegli dicono chi sei. E puoi scegliere di usarle per costruire un ambiente più equo, più aperto, più accogliente. Questo libro vuole essere un alleato per chi vuole fare la differenza – a partire da come si esprime.
Francesca Padovese: Elena, grazie. Questa conversazione non è solo una riflessione sulla comunicazione: è una vera chiamata all’azione. Perché ogni parola può aprire o chiudere porte, può accogliere o escludere. E noi professionisti, in ogni settore, abbiamo non solo il potere, ma anche la responsabilità di scegliere con cura. Le parole che usiamo parlano di chi siamo e del mondo che vogliamo contribuire a costruire.
Elena Codeluppi: Hai detto una cosa fondamentale, Francesca. Il linguaggio non è solo uno strumento tecnico: è un messaggio in sé. Ogni parola che scegliamo trasmette un’intenzione, una cultura, una visione. Cambiare linguaggio non significa essere “politicamente corretti”, ma scegliere consapevolmente il tipo di relazione che vogliamo instaurare. È un atto di cura verso l’altro, ma anche verso noi stessi. Perché comunicare in modo inclusivo significa creare spazi di dialogo più veri, più umani, più evoluti. E questo, oggi, è ciò di cui abbiamo più bisogno.
ELENA CODELUPPI
Servizi: Consulente e Formatrice, PhD in Discipline Semiotiche, specialista in comunicazione accessibile e linguaggio inclusivo
Sito: https://www.btwofactory.com/ e https://www.binclusive.it/
Libri: Parole che contano. Guida alla comunicazione accessibile per aziende e agenzie (Editore FrancoAngeli)
Grazie per aver seguito questa intervista. Vuoi approfondire ulteriormente e scoprire i trucchi per scrivere un libro di successo? Visita il mio sito e scarica l’estratto gratuito su https://francescapadovese.it/libro/.
Buon ascolto e a presto!
Video: Se desideri vedere l’intervista integrale di Elena guarda il video qui sotto
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